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Quando si progetta di avere dei figli si parte inizialmente da una forte idealizzazione di questa esperienza e vengono immaginati solo gli aspetti gratificanti e felici: un bambino felice con genitori felici.

famiglia felice

In questa aspettativa iniziale non può esserci spazio per la frustrazione e per la stanchezza, eventi che in modo naturale possono accompagnare i primi mesi di vita del bambino. L’idealizzazione non riguarda solo il futuro bambino, ma anche aspetti di sé in quanto donna e mamma e l’immagine di coppia.

Poi il bambino nasce ed in modo inaspettato arrivano altre situazioni, del tutto impreviste e difficili da tollerare e sembra che niente nella propria vita sia più sotto controllo.

In certi momenti emerge la fatica di “fare la mamma”: un nuovo ruolo, nuove responsabilità, nuove emozioni non sempre facili da vivere.

mamma insonne

Infatti alle emozioni che ogni futura mamma si aspetta (gioia, felicità, appagamento….) se ne aggiungono altre spesso del tutto non previste o non previste così intense (stanchezza, frustrazione, aggressività, rifiuto, ribellione, ostilità…..), emozioni già difficili da gestire normalmente, ma che possono diventare intollerabili in un periodo così delicato come i mesi successivi alla nascita, soprattutto se confrontate all’idealizzazione ed ai pensieri positivi vissuti durante la gravidanza.

Spesso nella nostra società il ruolo materno viene mitizzato, pensiamo alla pubblicità, dove sovente la mamma è rappresentata come una super-mamma sempre felice e bravissima nell’affrontare qualsiasi imprevisto.

super mamma

Questa immagine, però, comporta la negazione dell’ostilità e dei pensieri rabbiosi che fanno parte dell’esperienza della maternità allo stesso modo dei pensieri di dolcezza e tenerezza (anzi, spesso sono presenti contemporaneamente).

Ma chi è una buona mamma?

La mamma non deve essere perfetta, come sembrano mostrare o volere molte persone intorno a lei, ma “sufficientemente buona”, come teorizzato da Donald Winnicott (pediatra e psicoanalista inglese, la sua concomitante professione di pediatra lo portò ad osservare a lungo i bambini e la loro interazione con la madre, permettendogli così di elaborare originali teorie sullo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino).

La “madre perfetta” dispensatrice di cura e amore senza sviste, lacune, imprecisioni, ha lasciato il posto ad una “madre imperfetta”, ma equilibrataed affettivamente presente, che può trasmettere sicurezza e amore anche riconoscendosi ansie, preoccupazioni, stanchezza.

Il voler essere “mamme perfette” implica una serie di difficoltà psicologiche che si ripercuoteranno inevitabilmente nel rapporto con il bambino.

Spesso comportarsi come se esistesse un manuale con le istruzioni porta a non riconoscere la complessità della vita, con i suoi imprevisti, i limiti e i punti deboli di ognuno. Inoltre l’aspettativa di perfezione ricadrà anche sul bambino: se sono una mamma perfetta, anche il mio bambino sarà perfetto!

Per le mamme spesso l’emozione più spaventosa è la rabbia (che assume varie forme: tristezza, frustrazione, paura, ansia, angoscia…), essendo difficile vedere in essa degli aspetti positivi.

Poter dire di essere arrabbiata e poter stare (vivere) nella propria rabbia, invece, possono diventare esperienze costruttive, poiché negare sempre questo sentimento può essere più distruttivo della rabbia del momento.

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