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Dallo psicologo a 70 anni? «È il bello di voler cambiare ancora»

Stanno crescendo gli studi e le esperienze di anziani che chiedono al terapeuta un aiuto per rileggere passaggi critici della propria vita. Dall’amore al rapporto con la solitudine o con i figli. Obiettivo? Stare meglio e continuare ad investire su sé stessi.

Psicologo per anziani

 

«Sempre di più si stanno sviluppando approcci moderni, cuciti sulle esigenze dell’anziano. Uno dei temi centrali è quello della reminiscenza, del rivedere la propria esistenza, riscrivere insieme il libro della vita, rinarrare dei passaggi che non sono stati digeriti, amalgamati, lavorare su alcuni legami che non sono stati positivi, ma che è ancora possibile sistemare. E poi, chiaramente, tutto il tema dei lutti e del fine vita».

Sono parole di Gianluca Castelnuovo, professore di Psicologia clinica della condizione anziana alla Cattolica di Milano, ricercatore e psicologo clinico presso l’Istituto auxologico italiano Irccs, coordinatore del gruppo di approfondimento tematico dell’Ordine degli psicologi della Lombardia che è attualmente al lavoro per la pubblicazione di un «libro bianco» sulle buone pratiche per gli interventi psicologici nella terza età. Castelnuovo non è il solo a pensarla così. «È il bello di voler cambiare anche quando si è anziani, perché l’intervento psicologico nella terza o nella quarta età è veramente una sfida al pensiero comune che dice che siccome hai settant’anni non ha più senso andare dallo psicologo, ormai i giochi sono fatti. La realtà non è così, perché ogni età della vita pone delle nuove sfide e provoca, volente o nolente, un cambiamento», dice Jacopo Casiraghi, psicoterapeuta sistemico, responsabile dell’area psicologica dell’associazione A.QU.A, che si occupa di intervenire a domicilio nella fase post-acuta di problemi medico-clinici che hanno richiesto un ricovero ospedaliero.

In questi casi, il sistema sanitario tende a dimettere i pazienti il prima possibile, spostando la riabilitazione direttamente a casa, perché, in fondo, deve essere una riabilitazione alla propria vita, non alla vita in ospedale. «Il problema — continua Casiraghi — è che il lavoro psicologico è un lavoro costoso e abbiamo molto investito nello spiegare alle Ats (ex Asl) che se lo psicologo fa un lavoro riabilitativo emotivo con le persone, queste stanno meglio e, magari, invece di fare quaranta sedute di fisioterapia ne fanno venti o dieci. Allora, ecco che il gioco vale la candela. Certamente, si tratta di una psicologia un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: l’anziano non viene in studio, è lo psicologo che va a casa sua. Questo è davvero prezioso perché la casa è il luogo dove riesci a vedere coi tuoi occhi cose che di solito ti vengono solamente raccontate: la sua vita, la sua solitudine, gli spazi che occupa, il livello culturale e sociale, vedi la sua famiglia e riesci anche a parlare con gli altri membri della famiglia, con l’accompagnatore, con il badante. È una cosa che piace tantissimo agli anziani perché è un po’ come la vecchia medicina, quando il medico veniva a curarti a casa». Per questo occorrono psicologi preparati a lavorare con il contesto allargato. Magari una figura di riferimento si rivela essere il portinaio, che va dunque incluso nel lavoro psicologico.

I temi? «Si va dagli aspetti più teorici, come il senso della vita, a quelli più concreti, come l’anziano che si innamora della sua badante — prosegue Casiraghi —. A tutte le età abbiamo bisogno d’amore, succede più spesso di quanto si possa pensare. Perché a settant’anni non dovrei più innamorarmi? La persone vivono di questi stereotipi e si bloccano pensando “i miei figli cosa potranno dire?”. Poter avere anche un ruolo di fidanzato, o fidanzata, a settant’anni, è un’altra dimensione da riguadagnare. È una delle ricette di lunga vita, ma va gestita in maniera matura».

C’è anche richiesta di terapie di coppia. Non solo per risolvere conflitti o litigi, ma anche per problemi legati alla sfera sessuale. Castelnuovo racconta il caso di una signora di ottant’anni «che stava ancora con il suo partner e si lamentava per l’insoddisfazione sessuale. Uno può pensare che a quell’età sia l’ultimo dei problemi, invece no. Aveva preservato il proprio desiderio sessuale e pretendeva qualcosa dal marito, che invece era un po’ meno attivo». Si parla di Active aging, happy living, di invecchiamento attivo e vita felice. Il passaggio dall’età adulta a quella anziana è stato spesso individuato nel pensionamento, ma oggi la fine del lavoro non coincide più con l’esaurimento delle risorse fisiche e psichiche delle persone: è il momento in cui individuare un nuovo senso, dare nuova direzione alla propria vita.

«Quello che viene chiamato “invecchiamento positivo” — dice Chiara Ruini, presidente della Società italiana di psicologia positiva — consiste nell’evidenziare gli elementi di mantenimento della salute fisica e mentale. La terza età, ma anche ormai la quarta, non sono più età di declino e perdita, ma fasi di vita piena, anche molto lunghe, che devono essere vissute al meglio. Il nostro focus, come psicologi positivi, non è più quello del deficit, di ciò che va male, ma tutto l’aspetto di risorse che, fino a ora, non era stato considerato particolarmente di pertinenza della psicologia». «Le università della terza età — riprende Castelnuovo — distruggono lo stereotipo dell’anziano che non può studiare e che non può apprendere». Propongono percorsi esperienziali e culturali che diventano un veicolo di coesione sociale e un’opportunità relazionale. Vengono proposti i corsi più vari: archeologia, arte medievale, storia, letteratura, filosofia, lingue straniere, medicina e farmaci, psicologia, ma anche tecnologia e informatica.

Un esempio di intervento che viene portando avanti presso la residenza sanitaria ospedaliera Monsignor Bicchierai dell’Istituto Auxologico Italiano, in collaborazione fra gli altri con l’Istituto Europeo di Design, è il progetto chiamato Valigia dei ricordi: ai familiari, che poi sono i caregiver per gli anziani, vengono fatte raccogliere immagini, informazioni, racconti e scritti per comporre un video che ripercorra la storia del paziente, visto da chi ora se ne prende cura. È una cosa molto utile, perché permette al paziente di conservare la memoria di fatti che spesso dimentica e al caregiver di rivivere la propria storia con l’altra persona. Spesso, aiutare chi si prende cura di qualcuno cura il “vero” paziente».

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