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L’Alzheimer è una delle patologie neurodegenerative più diffuse e ne soffrono circa 50 milioni di persone a livello globale. Numeri che, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sono destinati a triplicare entro il 2050. Ogni anno vengono diagnosticati circa 10 milioni di nuovi casi in tutto il mondo. I soggetti ad esserne più colpite sono le donne, probabilmente perché più longeve del sesso maschile.  “Per l’Italia, Paese più vecchio al mondo con il Giappone, le demenze rappresentano un problema medico-sociale ogni giorno più grande”, ha dichiarato Bernabei. L’Alzheimer è senza dubbio la forma di demenza più prepotente e violenta, sia sotto il profilo epidemiologico, sia per l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti e dei loro familiari.

L’Alzheimer comporta un lento e progressivo decadimento delle funzioni cognitive, dovuto all’azione di due proteine, la Beta-amiloide e la proteina Tau, che si accumulano nel cervello causandone la morte cellulare.
Al momento la ricerca è attiva per individuare le cause di tale pataologia e ricercare l’intervento possibilmente prima del suo manifestarsi.

Questo progetto si chiama INTERCEPTOR e l’Italia è in prima fila su questo fronte. L’obiettivo di questo progetto è quello di intercettare con precisione i soggetti che svilupperanno la patologia di Alzheimer: questo coinvolge 735mila pazienti con diagnosi di demenza lieve che saranno seguiti per i prossimi tre anni e mezzo in 20 centri in tutta Italia. L’obiettivo è capire – attraverso la misurazione di sette biomarcatori – come evolve la demenza e come reagiranno i pazienti alle terapie.

In Italia esistono 500 centri UVA (Unità di Valutazione per l’Alzheimer) che sono dotati delle strumentazioni adatte e del personale adeguato per fare una diagnosi precoce.

L’Alzheimer è una patologia che colpisce sia il malato che tutta la famiglia e soprattutto il caregiver, ovvero colui che se ne prende cura ogni giorno, spesso per anni, il quale è spesso sottoposto allo stress, alla stanchezza e alla sofferenza di vedere il proprio caro perdere sempre più la propria storia e i propri affetti.

Per questo  la famiglia ha bisogno di essere appoggiata lungo il percorso di malattia e di acquisire le conoscenze necessarie per stare vicino al malato. Ancora più importante è che questa possa contare sui servizi di presa in carico.
Le tecnologie digitali possono contribuire al miglioramento della qualità di vita di tutti i soggetti coinvolti. E i social network possono essere degli straordinari alleati perché consentono di vivere la malattia in una dimensione collettiva e partecipata, che aiuta ad avere una maggiore consapevolezza del problema.

In attesa di cure efficaci contro l’Alzheimer, una strada percorribile nelle prime fasi dopo la diagnosi è proprio quella di sfruttare le risorse della tecnologia. Da questa idea nasce la proposta “Chat Yourself”, ovvero una ‘memoria di riserva’ a portata di smartphone in qualunque momento della giornata. Sviluppato su Messenger, questa tecnologia è in grado di memorizzare tutte le informazioni relative alla vita di una persona, restituendole su richiesta all’utente, che ha anche la possibilità di impostare notifiche personalizzate (ad esempio per ricordare di prendere i medicinali).

chatyourself

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